Infatti, se Bersani dovesse spuntarla, il segretario dovrebbe vedersela con Fassino, che aveva accettato la proposta di una riconferma “a tempo determinato” del tandem Soro-Finocchiaro. Ma se i giochi si riaprissero, difficilmente l’ex leader ds farebbe passare sotto silenzio il fatto di non essere stato nemmeno preso in considerazione per il posto di capogruppo. In questo caso solo la vicepresidenza del Senato a Fassino eviterebbe ulteriori tensioni. Ma capigruppo a parte, in gioco è la strategia di Veltroni, giudicata fallimentare da una parte del Pd. Quel che Fassino dice con pacatezza («Bisogna discutere seriamente per ricostruire la strategia del Pd»), altri ripetono con parole e toni assai più duri. Intanto i dalemiani già all’inizio di questa settimana sferreranno un’offensiva per mettere in dubbio l’opportunità dell’alleanza con il movimento di Antonio Di Pietro. Secondo quest’area del Pd, infatti, il rapporto con l’ex pubblico ministero di Mani Pulite mette a repentaglio la costruzione di un canale di comunicazione con l’Udc. Del resto, è stato lo stesso Di Pietro a dire all’Espresso che non intende certo collaborare con tutti gli esponenti del partito di Casini. E se il Pd la pensasse diversamente, ha aggiunto, questo «sarebbe un colpo mortale per la nostra alleanza». Ed è sul rapporto con l’Udc (e non solo) che si basa la strategia di Massimo D’Alema. Il che spiega perché certi suoi sostenitori vogliano rompere l’alleanza con Di Pietro. Senza contare il fatto che i “fans” del ministro degli Esteri sono anche convinti che Italia dei Valori abbia preso tutti quei voti grazie all’accordo elettorale stretto con il Pd. Se si fosse presentata da sola, invece, avrebbe ottenuto minori consensi e, magari, com’è capitato ad altre forze, non avrebbe avuto neanche un rappresentante in Parlamento. Questi sono i discorsi dei dalemiani, naturalmente, perché il leader, invece, guarda ben più in là, al futuro e alle nuove possibili strategie politiche.
Appunti di un anonimo italiano
28/4/2008
