24/7/2008
ROMA — L’intero caso, con tutte le ovvie polemiche che si porta dietro, con l’obbligo di precisare, e smussare, e convincere e calmare di qua e di là prima gli offesi, poi chi l’offesa l’ha fatta, ben sapendo che tutto ciò finirà sui giornali offuscando «quanto di buono e importante sta facendo il governo», l’intero caso dell’Inno sbeffeggiato, dunque, non ha fatto esattamente piacere a Silvio Berlusconi. Lo conferma il silenzio del premier, che nella tempesta ha preferito si esprimessero pubblicamente i vertici istituzionali, nonché l’unica sua dichiarazione autorizzata, affidata al portavoce Paolo Bonaiuti: «Il presidente è nel suo studio e si occupa del caso Alitalia», insomma, di cose «concrete» ben più importanti per il Paese che delle evitabilissime uscite su inni o schiavitù romane. E però, al di là delle legittime domande che in tanti nel Pdl si pongono — perché Bossi continua a tenere così alta la polemica leghista? Per ottenere visibilità e far dimenticare i sacrifici patiti sulla giustizia? Per contrattare meglio, mandando avvertimenti chiari? E fino a che punto è pronto ad arrivare? — la riflessione del Cavaliere in queste ore va oltre il fastidio del momento. Sì perché, è il suo ragionamento, paradossalmente l’uscita di Bossi ha avuto un effetto positivo e molto importante. La rivolta del Pd contro il Senatùr infatti — è la riflessione del premier — ha spazzato via ogni ipotesi inciucista che pure poteva profilarsi all’orizzonte dopo le aperture dello stesso Senatùr a fare sul federalismo una riforma «condivisa» con l’opposizione — posizione sponsorizzata con forza da settori della Lega — e soprattutto dopo i richiami che al leader del Carroccio erano giunti proprio dal centrosinistra, prima con D’Alema ma negli ultimi giorni anche per bocca di Veltroni. Insomma, se per la Lega si allontana anche un’ipotetica politica dei «due forni » — utile per trattare al rialzo — per il Pd, secondo Berlusconi, il risultato del corteggiamento all’alleato è una porta in faccia sbattuta fragorosamente.