24/2/2009
Dice in Transatlantico il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, magistrato e per anni toga di Unicost: “Lassù, chi deve decidere non l’ha ancora fatto”. Leggasi Berlusconi e il suo consigliere Niccolò Ghedini, e Alfano. Dice il ministro: “Non ci sono novità. Dobbiamo approvare la legge e basta”. E Ghedini: “Domani c’è l’assemblea del gruppo. La legge è ottima, equilibrata, ma se emergono dubbi possiamo discuterne”. Altro che dubbi, in ballo ci sono perplessità su punti nodali. Come quello dei “gravi indizi” che Ghedini ha definito più volte “qualificante perché tutela i cittadini” e “va lasciato com’è”. Continua a dirlo il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa, che si fa interprete del Ghedini-pensiero: “Non ci saranno stravolgimenti. Il testo è frutto di articolate consultazioni tra maggioranza, governo e relatore”. Ma proprio quest’ultimo, anzi quest’ultima, perché si tratta dell’aennina presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, è convinta del contrario. E l’ha ribadito ieri in aula quando ha presentato il provvedimento. “Una legge per evitare un uso distorto ed eccessivo ci vuole, ma le intercettazioni sono uno strumento d’indagine in molti casi insostituibile”. La Bongiorno “apre” sugli indizi: “L’assemblea verificherà se possa bastare un minor grado di colpevolezza, prevedendo che gli indizi siano “sufficienti”“. E precisa: “È una questione giuridica e non politica”. Sul diritto di cronaca promuove l’emendamento Bergamini, quello del carcere fino a tre anni per chi pubblica un ascolto destinato alla distruzione (“Lo prevede già il codice sulla privacy”). Ma sul black out alle indagini fino al dibattimento dichiara: “Una parte deve assolutamente restare segreta, bisogna solo stabilire quanto debba essere estesa questa fase. Le indagini possono essere molto dilatate nel tempo e ciò forse precluderebbe la possibilità di fornire informazioni di interesse per la collettività”.